Dalla vignetta ai “meme”, una risata ci salverà. Forse [verso #pazzaidea17]

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Neanche la risata è più quella di una volta: lo humour più consumato dalla masse è quello creato dalle persone comuni, in linea con la tendenza “social” a “democratizzare” in maniera estrema ogni forma di espressione umana.

Molti spunti interessanti nell’articolo dell’ultimo “Robinson”, l’inserto culturale di Repubblica, e nell’intervista a Limor Shiftman, docente di Media Digitali a Gerusalemme e autrice di “Memes in Digital Culture”, uno studio sul tema già molto consultato.
Il rapporto fra immagine e umorismo è antichissimo e molto spesso visivo, e se la vignetta è un grande classico che resiste nel tempo, è anche vero che oggi il fenomeno quotidiano è quello dei “meme”.
Di cosa si tratta? Piccole “unità culturali, mode, frasi fatte, stereotipi, barzellette”, di solito associati a una fotografia, un disegno, un’immagine già popolari. Per esempio le foto di Donald Trump col ciuffo svolazzante, o i fotogrammi di film famosi con una didascalia divertente.
Il “meme” crea una sensazione di comunità, spiega l’esperta, un umorismo “dal basso” che è molto diverso da prima (dove per “prima” si intende appena vent’anni fa), quando ad avere un successo globale era l’attività professionale, quella di cabarettisti, autori satirici, sceneggiatori di sit-com.

Per quanto riguarda l’Italia, è interessante il caso di “Cuore”, il settimanale diretto da Michele Serra dal 1989 al 1995. La redazione era formata da un minimo di quattro fino a otto giornalisti, proprio come “…gli illustri predecessori, Il Male e Tango, erano redatti da disegnatori.” Così Serra nell’intervista. L’umorismo “professionale”, quindi, unito all’esperienza tecnica e al prodotto “fisico” (un giornale cartaceo), altro tema attualissimo nel mondo dell’informazione e della cultura.
Chissà se oggi questi giornali avrebbero prodotto imitazioni o “meme”. Impossibile, forse, resistere alla tentazione di “viralizzare” e reinterpretare rubriche mitiche come “Mai più senza” o “Niente resterà impunito”.

Oggi- e già da qualche anno- il web e le piattaforme social in particolare hanno invece reso globale l’umorismo “massivo”, anche grazie alla loro potenza visiva e alla possibilità per tutti di ri-creare, parodiare, giustapporre e commentare un contenuto.
La domanda delle domande è sempre quella: ci può essere un equilibrio fra quantità e qualità? Quest’ultima, in particolare, può fare rima con popolarità e in generale riconoscimento e apprezzamento del contenuto o dobbiamo rassegnarci alla dittatura delle GIF animate e dei “buongiornissimo, kaffèè?!!”, urlati sulla nostra timeline?
La satira, l’umorismo, quello che lo scrittore francese Romain Gary chiamava “…una affermazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli può capitare”, viene aiutata nelle sua difficile esistenza dal web o al contrario può perderne in efficacia?

Staremo a vedere. Intanto ricordiamo che la questione dei contenuti (e quindi delle informazioni) che ci bombardano ogni giorno è solo apparentemente futile, visto che l’accesso a Internet coinvolge circa quattro miliardi di persone nel mondo e che in Italia, su una popolazione di quasi 60 milioni di abitanti, oltre 39 milioni utilizzano internet e 31 milioni sono attivi sui social media, ovvero il 52% del totale.  (Rapporto 2017 dell’Agenzia We are social).

Chi l’ha detto che vita offline e online sono due cose diverse?

#pazzaidea17

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